La morte di Agnese Piraino Leto, moglie e vedova di Paolo Borsellino è una notizia che mi provoca immenso dolore. La sua morte è stata comunicata dal fratello Salvatore Borsellino (da anni infaticabile e coraggioso grimaldello contro i vergognosi muri d’omertà e complicità che avvolgono la strage di Via D’Amelio) con queste parole: “E’ morta Agnese. E’ andata a raggiungere Paolo. Adesso saprà la verità sulla sua morte”. Parole che mi hanno colpito molto perché, pur non avendo mai avuto l’onore di conoscerla personalmente, Agnese Borsellino, dopo la morte di suo marito Paolo, ha rappresentato per me un punto di riferimento importante per non perdere la voglia di comprendere questo bellissimo ma al contempo assurdo Paese in cui viviamo; quindi, poter pensare che almeno lei (come è giusto che sia!) da Oggi saprà la verità su chi ha voluto la terribile carneficina di Via D’Amelio, è, per me, estremamente confortante, anche se, come ha ricordato Antonio Ingroia, Agnese Borsellino è morta senza riuscire in vita a raggiungere e scoprire tutta la verità sulla strage che ha dilaniato tante vite innocenti simbolo di quella parte pura delle istituzioni italiane. Addio Agnese Borsellino e grazie per aver donato e profuso coraggio e voglia di verità ed onestà attraverso il tuo esempio, fatto di riservatezza ma al contempo sempre presente ogniqualvolta si richiedeva la tua presenza in situazione determinanti per la lotta alla mafia e al costume mafioso, Grazie di cuore.
Agnese Borsellino: la forza della fedeltà
di Lorenzo Baldo – 5 maggio 2013
“Tutto quello che mi scrivi può essere anche realtà. Aiuta chi ti ascolterà a conoscere la verità su questo drammatico depistaggio, talmente grave che i suoi autori meritano di essere puniti e smascherati quanto coloro che hanno armato la mano degli attentatori”. Era il mese di ottobre del 2010 quando Agnese Borsellino rispondeva con queste parole ad una lettera inviatale dall’ex picciotto di borgata, Vincenzo Scarantino, nella quale vi era una esplicita richiesta di perdono. “Caro Vincenzo – scriveva la vedova di Paolo Borsellino –, ti fa onore che tu abbia avvertito il bisogno di chiedermi perdono, è un sentimento che io accetto”.
Nella sua lettera la signora Agnese chiedeva tuttavia quali fossero i motivi per i quali Scarantino – considerato a tutti gli effetti un falso pentito – le chiedeva perdono, quale “ribellione” aveva avuto la sua coscienza, come era stato coinvolto nella strage di via d’Amelio e quali erano le persone che lo avevano “zittito” e “minacciato” dopo l’eccidio. “Quali istituzioni avevano interesse a depistare le indagini, e secondo te perché?”, domandava la vedova del giudice assassinato all’ex gregario della Guadagna. “Inizia una nuova vita rivelando tutto quello che sai ai magistrati di Caltanissetta – proseguiva –, i tempi sono cambiati, solo così ti sentirai un uomo libero; racconta tutta la verità evidenziando prove valide ai fini processuali, un vero uomo deve possedere in tutti i momenti della sua vita il coraggio delle proprie azioni, siano esse cattive siano esse buone, non ti arrendere dinnanzi alle difficoltà, solo così guarirai definitivamente dalla depressione e onorerai la memoria di un santo uomo quale verosimilmente è stato mio marito Paolo”.
Nel rileggere queste parole l’amore cristiano e soprattutto la pretesa della verità che la signora Agnese incarnava prendono nuovamente vita. Ed è come se questa donna dalla fede incrollabile tornasse a parlarci. Fino all’ultimo momento nel quale le abbiamo potuto stringere la mano abbiamo visto come il suo spirito andasse oltre una sofferenza umana indicibile. Nel silenzio più sacro di casa sua abbiamo percepito forte la vibrazione della presenza di suo marito, quasi a volerla accompagnare giorno per giorno in quella che è stata una via crucis iniziata il pomeriggio del 19 luglio di 21 anni fa. Allo stesso modo il suo sorriso e il suo sguardo ci hanno restituito l’immagine di una donna la cui vita resterà come esempio per tutti noi, come sprone per continuare sempre a cercare la verità.
Alla vigilia dei funerali del giudice Borsellino l’allora ministro dell’Interno si era avvicinato alla signora Agnese per dirle che lo Stato era a sua disposizione. La vedova del magistrato aveva replicato al ministro con fermezza e decisione: “L’uccisione di mio marito è una dichiarazione di guerra contro la mia città. Se è guerra, guerra sia: inviate i militari per presidiare il territorio e difendere gli obiettivi a rischio”. A distanza di oltre vent’anni quella guerra è ancora in corso e gli obiettivi a rischio sono sempre più isolati da uno Stato-mafia che lo stesso Paolo Borsellino aveva ben individuato.
A ognuno di noi non resta che fare propria la battaglia di questa donna straordinaria per rendere viva la promessa di Antonino Caponnetto pronunciata il giorno delle esequie di Borsellino. “Caro Paolo – aveva detto commosso l’ex capo del pool antimafia – la lotta che hai sostenuto fino al sacrificio dovrà diventare la lotta di ciascuno di noi. Questa è la promessa che ti faccio, solenne come un giuramento”.
Cara signora Agnese, ora è finalmente insieme a suo marito, libera. Protegga i giusti che portano avanti l’opera di giustizia di Paolo Borsellino e vegli su ogni figlio di questa terra che sogna di vederla “bellissima” così come la sognava lui.
tratto da: www.antimafiaduemila.com
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Morta Agnese Piraino Leto, moglie di Paolo Borsellino
Morta Agnese Piraino Leto, moglie di Paolo Borsellino
A dare l’annuncio Salvatore, fratello del magistrato ucciso dalla mafia il 19 luglio del 1992.
di Giorgio Bongiovanni – 5 maggio 2013

Si è spenta a Palermo Agnese Piraino Leto, vedova del magistrato Paolo Borsellino, assassinato dalla mafia il 19 luglio del 1992. A dare l’annuncio Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, con un post su Facebook: “E’ morta Agnese. E’ andata a raggiungere Paolo. Adesso saprà la verità sulla sua morte”. La signora Agnese aveva 71 anni ed era malata da tempo. Figlia del presidente del tribunale di Palermo Angelo, si era sposata con Paolo Borsellino, allora giovane magistrato, il 23 dicembre 1968. Dal loro matrimonio sono nati tre figli: Lucia, 44 anni, che oggi ricopre l’incarico di assessore regionale alla Sanità, Manfredi, 41 anni, attuale dirigente del commissariato di polizia di Cefalù, e Fiammetta, di 40.
Assieme ai figli ha sempre mantenuto un atteggiamento riservato, limitandosi a presenziare a poche cerimonie pubbliche in ricordo del marito, ma ha sempre testimoniato il proprio impegno nella lotta alla mafia e nella ricerca della verità sull’uccisione del giudice. Proprio alle udienze del processo per la strage di via D’Amelio aveva riferito le confidenze e le preoccupazioni di Borsellino alla vigilia dell’attentato. Inquietudini accentuate già dopo la strage di Capaci nella quale vennero uccisi l’amico e collega Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta. Era indicata tra i testimoni principlai del nuovo dibattimento che è iniziato a Caltanissetta, il Borsellino Quater, dopo che era stata sentita durante la fase istruttoria. Lo scorso 9 aprile aveva partecipato con una lettera al sit-in di solidarietà davanti al Palazzo di giustizia di Palermo per il pm della Direzione distrettuale antimafia Antonino Di Matteo minacciato di morte, nei giorni scorsi. “Conosco, per averla vissuta, l’angoscia che in questo momento possono provare i familiari – aveva scritto Agnese Borsellino – Per questo chiedo a chi di dovere che si scuota perché questi colleghi di Paolo non vivano il suo stesso calvario”. E poi ancora “Mi unisco idealmente a tutti coloro che oggi sono qui a testimoniare e a far sentire il loro affetto e il loro preziosissimo sostegno a quei magistrati che, nell’indifferenza di gran parte del mondo dell’informazione e della politica, stanno rischiando la vita per noi, per dissetare la nostra sete di verità e giustizia”. I funerali si svolgeranno domani a Palermo e intanto giungono i primi messaggi di vicinanza. “Con dolore vero sincero e immenso apprendo la notizia della morte di Agnese Borsellino, donna di singolare esempio di attaccamento e fedeltà alle istituzioni, di grande coraggio e grande forza – ha detto il presidente della Regione Rosario Crocetta – l’ho incontrata circa tre settimane fa, in ospedale: la lucidità delle sue idee, la determinazione nel condurre una battaglia di giustizia, la voglia di verità contrastava con le condizioni del suo corpo indebolito dalla malattia, vissuta con consapevolezza e dignità. E’ morta una grande donna – aggiunge il governatore siciliano -, un’eroina delle istituzioni che ha vissuto una delle tragedie più grandi che una persona possa vivere”. La ricorda come “Una donna forte che è stata vicina a Paolo” Giancarlo Caselli, ex procuratore della Repubblica a Palermo .”Ha continuato a testimoniare il suo impegno anche quando i problemi di salute le hanno creato difficoltà – ha aggiunto l’oggi procuratore di Torino – Ricordo la sua disponibilità. Una sera andai a cena da loro sbagliando giorno. Li avevo tirati giù dal letto ma mi hanno accolto lo stesso con grande generosità. Sarò a Palermo il giorno del funerale”. Anche noi di ANTIMAFIADuemila ci stringiamo uniti a Manfredi, Fiammetta, Lucia e tutta la famiglia Borsellino. Come credenti cristiani abbiamo la certezza che la signora Agnese è vivente nella luce Cristica insieme al suo caro marito Paolo.
tratto da:www.antimafiaduemila.com
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Goodbye, Mrs. Thatcher
di Massimo Formica
Avevo 16 anni, alla metà degli anni ’80. Non indossavo Timberland e Moncler, non mettevo gel sui capelli, non mangiavo da McDonald, non frequentavo palestre, non partivo per la “settimana bianca” e consideravo i Duran Duran e gli Spandau Ballet due sciagure musicali irrimediabili. I meno benevoli dei miei amici, immersi, senza complessi, nella bolla edonistica del decennio, pensavano fossi un inguaribile sfigato. Per tutti gli altri ero “strano”, ma innocuo. Non mi pettinavo, per scelta. I miei capelli sembravano la chioma di un albero non classificato. Amavo disperatamente il volley ed una ragazza alla volta. Ero fiero dei miei vestiti non griffati. E adoravo letteralmente gli Smiths. Il più bel gruppo degli anni ’80. Pienamente consonanti con l’ anima di ogni adolescente, per una stagione o per la vita. Musica struggente, graffiante, ironica, mai banale. Ai loro testi dovevo gran parte della mia iniziazione politica. Parlavano di periferie urbane di Londra, di personalità fragili, di sconfitti dalla vita. Odiavano, senza cordialità alcuna, la Thatcher. Supportarono, come molti artisti britannici di allora, la causa dei minatori inglesi. Era incredibile vedere in tv quella donna: Margaret Thatcher. I capelli scolpiti, che soffocavano sotto la lacca, erano più di una cosmesi: Erano un vero e proprio programma politico. L’ idea che tutti gli inglesi, senza distinzione di classe, avrebbero remato dalla stessa parte, quella indicata dal Primo Ministro. Tutti in fila ordinata verso un futuro dove la mano invisibile del mercato avrebbe portato benessere e ricchezza. E così andò, ma per pochissimi. Tutti i nodi vennero al pettine. La spesa pubblica tagliata drasticamente. Le miniere di carbone, giudicate ormai improduttive, chiuse. I ricchi divennero più ricchi, i poveri più poveri. Un liberismo spinto, senza misericordia, s’impadronì dell’ Inghilterra. “Nessuno ricorderebbe il buon samaritano solo per le sue buone intenzioni. Aveva anche i soldi” disse, con cinismo, la Thatcher ad una nazione in ginocchio. La sconfitta del sindacato inglese, che fino all’ ultimo cercò di opporsi al panzer di Downing street, segnò il declino definitivo di ogni credibile opposizione tradeunionistica europea. Fu allora che Morrissey, leader degli Smiths, scrisse una ballata: “Margaret on the Guillotine”. “La gente si chiede quando morirai. Mi fai sentire vecchio dentro. Perché non muori?”. Il grido di dolore di un universo di conquiste sociali, che scompariva lentamente. Chi oggi celebra la vita politica di Margaret Thatcher, auspicando un riformista di pari valore per il nostro Paese, ha la stessa faccia di pietra del suo idolo. Gli stessi capelli redenti e privi di pietà.
Allarme attentato al pm Di Matteo, ma il messaggio è anche politico
di Aaron Pettinari – 3 aprile 2013

Nelle due lettere inviate alla Procura di Palermo, la prima arrivata sul tavolo del procuratore di Palermo Messineo, la seconda su quello dell’aggiunto Vittorio Teresi, non vi sono solo le minacce al pm della trattativa Stato-mafia e a quella di un non specificato “collega nisseno”. All’interno delle missive, identiche nel contenuto e scritte al computer, vi sono una serie di elementi gravi che contribuiscono ad alzare il livello di guardia non solo nei confronti di uno dei magistrati più esposti d’Italia ma anche sulla sicurezza dell’intera Nazione, per un colpo di mano politico sulla falsa riga di quello avvenuto immediatamente dopo la stagione stragista. L’anonimo, che si descrive come “uomo d’onore della famiglia trapanese di Alcamo” (una qualifica che già apre a diversi interrogativi sulla reale identità dell’autore della missiva) scrive che l’eliminazione di Nino Di Matteo è stata decisa “in alternativa a quella di Massimo Ciancimino”, ed “è stata chiesta dagli amici romani di Matteo (Messina Denaro, ndr), perché questo paese non può finire governato da comici e froci”.
A dare l’assenso sarebbe stato la stessa primula rossa di Castelvetrano che a sua volta “ha coinvolto altri uomini d’onore, anche detenuti. Persino Riina, tramite il figlio è d’accordo”. Parole che vanno sì pesate, ma che detengono una forte probabilità di attendibilità se si considera che lo stesso anonimo ha raccontato per filo e per segno tutti gli spostamenti di Di Matteo indicando persino i luoghi dove sarebbe più scoperto. L’attentato si sarebbe dovuto verificare in maggio con armi ed esplosivo nascosti in alcuni depositi nel palermitano. “Ho conosciuto altri affiliati della famiglia di Palermo – scrive con qualche sgrammaticatura – è stato deciso di fare il lavoro entro maggio. I due delitti (l’altro a cui fa riferimento è quello a Ciancimino ndr) sono stati commissionati anche da altre famiglie. Le armi sono custodite in un deposito di viale Regione Siciliana. Di Matteo lo dovremo affrontare con un commando di due macchine e tre moto. Ciancimino, una moto di supporto più uno scooter dovrebbe bastare. Lui usa la bicicletta, esce col cane, una volta alla settimana va in via Bentivegna, dalla polizia”. Proprio la minuzia di particolari con cui vengono riferiti gli spostamenti delle due “vittime” ha fatto sobbalzare sulla sedia tanti addetti ai lavori. In riferimento al magistrato nisseno l’anonimo scrive: “Ho sentito dire che stanno studiando anche i movimenti di un magistrato di Caltanissetta, uno che quando torna a Palermo passa sempre da via… (e indica la via, ndr)” e in merito è stata aperta un’indagine a Palermo. Quindi l’anonimo conclude: “Io ho una coscienza, ci chiedono di ammazzare altri giudici. Non diteci che non sapevate nulla”.
Il ritorno alla “strategia stragista” è preso in seria considerazione dagli inquirenti. Secondo Messineo: “Il clima complessivo è tale da destare la massima attenzione perché ci sono numerose analogie tra la situazione attuale e il ’92: abbiamo lo stallo istituzionale, una fase di confusione politica e un’imminente elezione del capo dello Stato. Questo è il motivo per cui abbiamo chiesto l’adozione di nuove misure di sicurezza, scattate immediatamente, con una apprezzabile sensibilità istituzionale”. Anche il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, titolare delle indagini sul progetto di attentato a Di Matteo, è convinto che “Stiamo vivendo un momento storico simile a quello del ‘92 quando, purtroppo, gli esposti anonimi vennero sottovalutati”. Chiari i riferimenti alle vicende di quegli anni quando veline, telefonate misteriose (come quelle di Falange Armata su cui è stato aperto un nuovo filone d’indagine sulla trattativa), lettere (vedi quella di Ciolini che anticipava l’omicidio Lima ndr), lasciavano intendere l’imminenza di un’azione eclatante volta da una parte a destabilizzare il Paese, dall’altra a stabilizzarlo secondo un “nuovo ordine”. Così come era avvenuto nel 1994. L’ultimo a parlarne era stato il pentito Gaspare Spatuzza riferendo del famoso incontro nel gennaio di quell’anno con il boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, al bar Doney di Via Veneto a Roma. “Quando a Roma viene Graviano prima dell’attentato contro i carabinieri all’Olimpico di Roma (poi scampato per un guasto al telecomando ndr), di cui su sua richiesta dovevano rafforzare la portata per uccidere il piu’ alto numero di militari mi viene data indicazione di recarmi in un bar della capitale, il Doney. Lì incontrai Giuseppe Graviano che aveva un’espressione felice. Mi disse che aveva definito tutto e ottenuto tutto quello che ci aspettavamo. La serietà di queste persone, aggiunse, ha permesso di ottenere tutto quello che chiedavamo, che non erano come quei quattro ‘crasti’ (cornuti, ndr), i socialisti, che si erano presi i voti senza poi fare nulla”. “Chiesi – aggiunge il pentito- se tra queste persone serie c’era Berlusconi, quello di Canale 5. Disse di sì e che c’era un nostro paesano, Dell’Utri. Ci avevamo messo, disse, il Paese nelle mani. Comunque l’attentato a carabinieri si deve fare per dare il colpo di grazia”. E secondo gli inquirenti, quest’ultimo, potrebbe essere un tassello importante dell’ultima fase della “trattativa” giunta oltre la stagione delle bombe.
L’incertezza in cui naviga oggi l’Italia riporta alla memoria tutti questi fatti e il riferimento dell’anonimo ad un possibile scenario politico (“questo paese non può finire governato da comici e froci”) apre ad un’inquietante possibilità in cui Cosa nostra e le organizzazioni criminali tornano protagoniste, alla ricerca di nuovi agganci con le istituzioni.
tratto da: www.antimafiaduemila.com
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A tutti i lettori i nostri migliori auguri.
La Redazione
La destra italiana dopo il ’68
di Paolo Palliccia

Il rapporto tra la destra e il ’68, spesso, non viene analizzato con la giusta attenzione storica. L’analisi di un anno che, anche all’interno della destra italiana, portò a contrapposizioni interne e a lotte generazionali tra una destra di lotta e di popolo e una d’ordine, è importante se si vogliono cogliere appieno le variazioni politiche che attraversarono la destra italiana in anni turbolenti e di grandi stravolgimenti socio-culturali.
Quando si fa un balzo indietro nella storia contemporanea italiana e si arriva al 1968, quasi tutti, addetti ai lavori e non, tendono ad estromettere del tutto gli studenti e i ragazzi di destra dalla partecipazione attiva al movimento sessantottino. Questo perché, dal punto di vista ideologico, tale accostamento, destra-’68, può sembrare antistorico e impraticabile sotto ogni punto di vista. In realtà, prendendo in esame quegli anni di sangue e lotta, ci si accorge di come la destra italiana abbia vissuto, proprio in quel famigerato lasso di tempo, un anno di contrapposizioni interne e di “punti di vista” che, il più delle volte, cozzavano con le idee ufficiali del MSI dell’epoca, guidato dal segretario Arturo Michelini, fautore del superamento del fascismo a favore di posizioni decisamente più conservatrici e ben inserite nel sistema.
Considerare la destra italiana e i suoi giovani avulsi dai grandi cambiamenti sessantottini, accostabili, per molti, solo alla sinistra del tempo, non rende ragione alla verità storica. Dopo gli scontri del 16 marzo 1968 all’Università di Roma, tra giovani di destra guidati dai leader della vecchia guardia fascista e gli studenti del movimento studentesco di sinistra, anche l’anima della destra italiana rimase sconvolta. Apparentemente, quel 16 marzo, rappresentò un momento reazionario che abbracciava tutta la destra, sia quella di potere che quella giovanile e studentesca, ma, scavando in profondità ci si accorge che così non fu: quella data, anche per i giovani di destra rappresentò l’inizio di uno scontro generazionale che culminò con lacerazioni tra “padri” e “figli” che mai verranno rimarginate.
Lo scontro, quel 16 marzo 1968 (immortalato in una immagine che ritrae Giorgio Almirante sulle scale della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma, assieme ad un gruppo di neofascisti pronti ad una spedizione contro gli studenti di sinistra) ebbe conseguenze distruttive nell’universo della destra giovanile italiana: la rabbia e, soprattutto, la delusione che molti ragazzi di destra provarono nei confronti dei “padri” conservatori e, quindi, estremi difensori di un sistema che anche loro volevano combattere rivendicando lo stesso diritto giovanile che avevano i loro avversari di sinistra nemici del sistema. Dalle delusioni si passò al contrattacco: nacquero proprio in quegli anni movimenti come Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie che “ospitarono” i giovani studenti romani del FUAN, organizzazione composta da universitari missini.
Quindi, il 1968 della destra romana, è solo l’incipit di una serie di movimenti, di iniziative politiche e parapolitiche che, all’interno della galassia neofascista romana e nazionale, segnarono il punto di non ritorno, di abbandono della “casa-base” conservatrice del MSI, già minata al suo interno dalla fallita ascesa alla segreteria di Giorgio Almirante che, nel congresso missino tenutosi a Milano nel 1956, mancò la conquista della leadership a favore di Arturo Michelini “il normalizzatore” fautore di una alleanza con la Dc e segretario del MSI dal 1954. Il 1968 fu un momento importante, di svolta e di lotta per la destra italiana; ma fu anche l’inizio di arditi intrecci politici come quello che legò Stefano Delle Chiaie al comandante della X flottiglia Mas principe Junio Valerio Borghese. Quest’ultimo, una volta entrato in contatto con gli uomini di Delle Chiaie, scelse proprio l’ex segretario della sezione missina del quartiere Appio e membro del movimento politico e culturale Ordine nuovo di Pino Rauti come suo “delfino”.
Delle Chiaie, infatti, non solo rimarrà nell’orbita del comandante ma, dopo la misteriosa morte di Borghese avvenuta a Cadice nell’agosto del 1974, guiderà il movimento fondato dal principe e denominato Fronte Nazionale. Però, tornando indietro al 1965, anno di scioglimento di Avanguardia Nazionale, ci si accorge di altri cambiamenti radicali all’interno delle avanguardie di destra e di come alcune divergenze insanabili tra “padri” e “figli” erano già presenti, seppur ancora dormienti, anni prima del 1968. Nel maggio di quello stesso anno si tenne il convegno romano presso l’hotel Parco dei Principi, durante il quale, il capo di Avanguardia Nazionale decide di sciogliere il suo movimento (nato dalla diaspora tra la vecchia linea politica del Msi e la lotta antisistema delle nuove leve del’68) e di “consentire” ai suoi di rientrare nell’alveo missino o di tentare di infiltrare le file dell’estrema sinistra. Molti giovani di destra non si riconobbero nella nuova politica di Delle Chiaie imperniata su “Entrismo” e “Strategia della tensione”.
La svolta di Delle Chiaie, sulla stessa onda di frequenza di quella teorizzata in Portogallo nello stesso periodo dal capitano Yves Guérin-Sérac (fondatore della discussa agenzia di stampa Aginter Press), venne osteggiata anche da camerati ormai lontani dai padri a livello ideologico ma contrari al nuovo dominio del delfino di Borghese. È di questi anni, ad esempio, la strana morte di Antonio Aliotti, dissidente rispetto al “nuovo corso” imposto da Delle Chiaie. Aliotti, morto il 20 febbraio 1967, non era d’accordo, come altri prima di lui, con il “new deal” di Stefano Delle Chiaie, forse, pagò con la vita le sue idee d’opposizione a quella virata che, sempre in quel lontano 1967, avrebbe portato lo stesso Delle Chiaie a stringere un’alleanza di ferro con Borghese e a frequentare il Circolo dei selvatici in via dell’Anima, a Roma, anticamera del Fronte Nazionale che vedrà la luce un anno dopo, nel 1968.
I rapporti tra la destra e il’68 sono molteplici e, un articolo come questo, non può scandagliare a dovere tutte le diramazioni nate dalla diaspora tra i vecchi missini, restii a comprendere (anche e soprattutto per motivi generazionali) il nuovo vento di cambiamento che soffiava nel 1968 e quei giovani che quel vento, seppur con mille contorcimenti intestini, volevano “cavalcarlo” per ritagliarsi, come i loro coetanei di sinistra, un posticino nella storia…
Farsa italiana: il tintinnio di sciabolette
di Massimo Formica
Nella storia repubblicana non era mai successo che il capo di Stato Maggiore della Difesa si esprimesse, pubblicamente, in termini così duri nei confronti della politica nazionale. La questione dei Marò, per Luigi Binelli, attuale capo delle forze armate, “è una farsa da chiudere al più presto”. L’ affermazione è rilevante. Se l’ ammiraglio si esprime in modo così plateale, è evidente che sa di essere il megafono di un malumore, generalizzato e non più contenibile, all’ interno delle forze armate. La vicenda dei due militari italiani detenuti a Dehli fa il paio con la questione, non meno grottesca, degli F-35, i nuovi aerei da caccia di fabbricazione statunitense, giudicati dal Pentagono inidonei ad azioni di guerra, e dei quali il governo italiano sta trattando l’ acquisto. Pensare che a capo del governo italiano ci sia Brancaleone è legittimo, ma sarebbe un errore. Più plausibilmente il nostro premier è Don Abbondio, che vendendosi la strada del commercio internazionale sbarrata da più di un “bravo”, ha deciso di lusingare gli energumeni, salvando la pelle. L’ acquisto degli F-35 permetterà di vendere merci italiane di pari importo negli States: questo il patto con Washington. La riconsegna dei marò all’ India garantirà il rispetto dei contratti con le industrie italiane, messi in discussione dalla crisi diplomatica. Che l’ Italia sia una grande nazione “che tremare il mondo fa”, se lo possono raccontare nei circoli nazionalisti del Paese, tra una grappa ed un limoncello. La realtà è che, al netto di Dante, Prada e Balotelli, contiamo, a livello internazionale, il giusto, cioè quasi niente. Partecipiamo, come bravi ascari, alle missioni di guerra promosse dagli imperalismi maturi, sperando, oggi come centocinquanta anni fa, di raccogliere le briciole di eventuali, immaginifiche, spartizioni. Al fondo, D’ Annunzio non è mai stato il prototipo dell’ italiano, ma l’ eccezione. L’ esercito italiano, nelle sue alte gerarchie, non sfugge a questa analisi impietosa. Rodomonti, da sempre al servizio del governo, più che del Paese. Basterebbe pensare alla sequela di insabbiamenti e depistaggi, che hanno lastricato la strada della verità per la strage di Ustica. O al silenzio di tomba sui militari deceduti per la contaminazione da uranio impoverito, in Bosnia. Ma oggi è diverso. Le ugole dello stato Maggiore della Difesa gridano allo scandalo. Perché? A pensar male si fa peccato, ma non si sbaglia quasi mai. La nascita, prossima, dell’ esercito europeo comporterà, inevitabilmente, una “razionalizzazione” della struttura delle nostre forze armate, che investirà uomini, corpi militari, organigrammi, ed inciderà, al ribasso e profondamente, sul bilancio della Difesa. L’uscita dell’ ammiraglio Binelli, suona, quindi, come un monito per chi dovrà trattare con Bruxelles il ruolo ed il peso futuri delle forze armate italiane. Uno spettacolo non proprio edificante per chi ha a cuore una democrazia migliore dell’ attuale.
Letteratura: Ezra Pound, poeta dei Cantos
Ezra Weston Loomis Pound, fra i poeti più importanti del XX secolo, merita certamente un posto di riguardo. L’autore dei Cantos, l’opera letteraria che lo impegnerà per tutta la vita, geniale e per certi versi sublime e unica, ha attraversato il Novecento con le sue liriche e la sua incessante azione promotrice di cultura. Pound fu amico e sostenitore di nuovi talenti letterari, come ad esempio Joyce, Hemingway e T.S. Eliot che, al poeta americano, devono molto della loro fama. La forza con la quale sponsorizzò e aiutò fino in fondo gli amici letterati appena elencati, dimostrò al mondo culturale occidentale la forza delle idee che questo poeta americano, nato nel 1885 nella città di Hailey, nello stato dell’Idaho, da una famiglia fortemente religiosa, serbava in sé. La divulgazione al pubblico inglese della grandezza letteraria di Dante e Cavalcanti, ancora oggi, lo rendono agli occhi dei critici una figura di primissimo piano nel mondo della cultura contemporanea. Fra le maggiori figure del movimento poetico modernista, Pound, attraverso lo sviluppo dell’Imagism movement, s’oppose con determinazione ai poeti dell’era Vittoriana e Georgiana favorendo una nuova visione della poesia, con più attenzione verso il rapporto tra le qualità sonore e musicali dei versi che componevano le sue liriche. Il 7 novembre 1896 apparve la sua prima pubblicazione sul Jenkintown Times-Chroniclee, due anni dopo, ad appena 13 anni, riuscì, grazie alla madre e alla zia, ad intraprendere un importante viaggio in Europa. Sotto certi aspetti, quel viaggio giovanile fu l’anticamera del suo trasferimento in Europa avvenuto nel 1908. Pound, formatosi all’Università di Pennsylvania e poi all’Hamilton College, subì un’attrazione fatale per il vecchio continente e, in particolare, per l’Italia. Nel 1913 il suo bagaglio culturale s’arricchisce di un’altra perla: la poesia cinese. Il poeta, infatti, aveva appena ricevuto un lascito del sinologo Ernest Fenollosa che gli schiuse le porte d’accesso verso la poesia sinica, determinante per la crescita della sua letteratura e “rifugio culturale” nei momenti più drammatici della sua esistenza. Anche prima dell’incipit dei Cantos, le liriche di Pound rappresentano comunque una ricerca stilistica e fonetica importante. Il poeta, passando prima per Gibilterra, approdò a Londra nel 1908 e, sempre con più convinzione e capacità espressiva, intraprese un percorso culturale, un cambiamento lirico significativo: si discostò dall’interessamento per i poeti preraffaelliti e per la letteratura medievale avvicinandosi sempre più verso forme di poesia moderne, già presenti in Lustra del 1915. Il processo di modernizzazione della poesia di Pound ricevette un forte impulso dalla sua amicizia con il poeta irlandese William Butler Yates, quest’ultimo giudicato dallo stesso Pound il più grande dei poeti contemporanei. L’amicizia tra i due prosperò portandoli ad affrontare e studiare anche la letteratura giapponese. La fiducia di Pound verso la modernità s’infranse contro i colpi assestati dalla prima guerra mondiale. Colpi che delusero Pound e lo portarono a guardare con occhi critici alla moderna civiltà occidentale e soprattutto ai meccanismi regolanti la moneta e la sua circolazione. Prima di abbandonare la conservatrice Londra per Parigi, capitale delle avanguardie culturali del suo tempo, scrisse due poemetti d’addio alla città inglese: Omaggio a Sesto Properzio e Hugh Selwyn Mauberley. Come viatico verso nuovi lidi poetici, iniziò The Cantos, pubblicati tra il 1917 e il 1969, opera che interesserà tutta la vita del poeta americano. Dopo l’esperienza parigina, durante la quale venne a contatto con importanti personalità del mondo culturale come Picasso, Constantin ed Hemingway, approdò in Italia a Rapallo. Sul golfo del Tigullio continuò la sua infaticabile azione di cultura e promozione di tutte quelle forme d’arte a lui più care. Continuò la sua poesia, mai banale, mai per le masse, ma bensì pura ricerca di abbinamenti musicali e linguistici non scontati, dove la parola non diviene semplice orpello ma nella sua immediatezza si carica di significati più aulici. La sua poetica è ricca, in essa confluiscono diverse tradizioni e fonti. Spazia dalla poesia latina con Properzio a quella contemporanea con Eliot sino ad attingere alla vena inesauribile di Dante, alternando la sua arte tra momenti lirici e prosaici di indiscutibile valore. Poco scontata fu anche la sua idea della politica. Il suo pensiero oscillante tra anticapitalismo e antimarxismo trovò quasi uno sbocco naturale nella “terza via” rappresentata dal fascismo mussoliniano. La sua considerazione nei confronti di Mussolini crebbe e, nel gennaio del 1933, riuscì ad incontrare il duce del fascismo omaggiandolo con una copia dei suoi Cantos ed esternandogli alcune idee di tipo economico. Proprio l’interesse per l’economia lo interessò sin dai primissimi anni’30, portandolo a scrivere diverse opere sul tema come ad esempio l’ABC dell’economia. Il suo omaggio al regime e a Mussolini si concretizza ulteriormente due anni più tardi, quando uscirà il suo Jefferson and Mussolini. Opera incentrata su di un parallelo tra uno dei più significativi presidenti degli Stati Uniti e lo stesso Mussolini. La collaborazione con il fascismo continua e, nel 1940, Pound iniziò a trasmettere dalle frequenze dell’EIAR il programma radiofonico «Europe calling, Ezra Pound speaking», divulgato in lingua inglese. Nei suoi interventi il poeta difendeva il fascismo di Mussolini accusando la finanza internazionale di aver provocato la guerra contro quei paesi che non si erano fatti sottomettere dalle grinfie dell’usura. Dopo il crollo di Mussolini aderì alla R.S.I. sino all’arresto da parte dei partigiani. In seguito, venne consegnato al governo statunitense che lo accusò di alto tradimento. Dopo alcune settimane di reclusione nel Disciplinary Training Center di Pisa ebbe un tracollo fisico e mentale. Ma questo non limitò la sua vena poetica che gli consentì, nonostante le barbare condizioni di comporre gli undici Canti pisani e lavorare alla traduzione di Confucio. Sul finire del 945 fu trasferito negli Stati Uniti per essere sottoposto a processo. Venne dichiarato infermo di mente e internato nell’ospedale criminale federale di St. Elizabeths a Washington. Nel 1959 riuscì a tornare in Italia dove morì, a Venezia, il primo giorno di novembre dell’anno 1972.
Francesco!
di Massimo Formica
L’ elezione del nuovo Pontefice (al quale vanno gli auguri di tutta la Redazione de “La Quinta Stagione”) è stata salutata, dai media confessionali, da quelli filocattolici e dai fedeli, come un nuovo, stupefacente, inizio della Chiesa. Il primo, breve, discorso del Papa, semplice, diretto e profondissimo, con quei suoi richiami alla fratellanza, alla necessità di pregare gli uni per gli altri e con la richiesta, quasi una supplica, rivolta alla folla di piazza San Pietro, di invocare la benedizione di Dio sulla sua persona, ha balenato nei cuori e nelle menti di molti, il sentimento di una Chiesa umile, “primitiva”, ma soprattutto ritrovata. “Francesco” è nome, certo, di grande suggestione. Ma si sbaglierebbe ad intenderlo, univocamente, come un richiamo al “poverello di Assisi” ed al suo magistero di lieta povertà. Per un gesuita, qual è il nuovo Pontefice, c’è un altro Francesco molto importante da ricordare nel “nome” che accompagnerà la propria missione: Francesco Saverio, l’ evangelizzatore dell’ estremo Oriente, morto, nel 1552, mentre annunciava Gesù ai giapponesi. Il Papa sta indicando alla Chiesa un impegno storico. La necessità, impellente, di annuciare, con forza, il Vangelo all’ Asia. Tra dieci anni, la Cina, atea e confuciana, sarà la prima potenza economica mondiale. L’ Europa e l’ Occidente perdono prestigio, vocazioni, fedeli e soldi. L’ ex presidente dello IOR, Gotti Tedeschi, ricevette, qualche anno fa, da papa Ratzinger, il compito di stilare una relazione sul futuro dell’ Istituto. Le conclusioni del Presidente furono lapidarie e sono ancora attuali. Le donazioni in Occidente scarseggiano e peggioreranno in futuro. C’è l’ urgenza, per la sopravvivenza materiale della Chiesa, di cercare fondi e sostegno nell’ estremo Oriente, dove l’ equilibrio economico del mondo si sta rapidamente spostando. Papa Francesco ha citato l’evangelizzazione come primo, imprescindibile punto del suo pontificato. I modi del nuovo Papa sono affabili, la sua vocazione sincera. Ma saprà certo contemperare gli interessi spirituali e quelli materiali, come il suo ruolo impone. Si sbaglierebbe a scandalizzarsi e a non tenerne conto.




